Giornalismo locale, quando la notizia crea la comunità

Intervista con Michele Zanzucchi, direttore della rivista “Città Nuova” in vista di un incontro sul tema ad Andria.

Michele Zanzucchi

Michele Zanzucchi

Che rapporto c’è tra il giornalsmi e le piccole comunità? Se ne parlerà lunedì 26 ottobre (ore 18) al liceo scientifico Nuzzi nell’incontro “La notizia e la città” organizzato dall’associazione Igino Giordani, Umanità Nuova e Città Nuova a cui parteciperanno la formatrice Emanuela Megli e i giornalisti Patrizia Labate, Michele Partipilo e Michele Palumbo (questi ultimi della Gazzetta del Mezzogiorno). Con loro anche Michele Zanzucchi, direttore responsabile del periodico Città Nuova a cui il Domani ha rivolto alcune domande sul ruolo della stampa cittadina.

Il fascino del giornalismo locale, di quello che racconta la città, consiste nell’avvicinare il giornalista alle fonti, senza la mediazione delle agenzie che spesso “dettano” la scaletta delle priorità nei fatti nazionali. Sembra un giornalismo fatto più sulle suole delle scarpe che davanti ai computer. È realmente così?

“Può essere così, e molto spesso lo è. Il giornalismo “nazionale” spesso e volentieri si trova oggi ingabbiato nelle pastoie dei condizionamenti politici ed economici, perdendo perciò in libertà e in profondità. In questo panorama un po’ asfittico, ritengo che la stampa locale, così come certa stampa periodica, mantenga degli spazi di libertà e di approfondimento in cui il giornalismo più vero, autentico, quello delle suole delle scarpe e non dei copia/incolla, possa ancora esprimersi. Anche per i giovani giornalisti queste categorie di stampa sembrano quelle dove si può ancora imparare il mestiere”.

La “vicinanza” e il rapporto diretto con la fonte pone anche dei rischi. Nelle piccole realtà alla fine ci si conosce tutti. È possibile che qualcosa resti “non detta”?

“Certamente il rischio esiste. Se i condizionamenti a livello “nazionale” possono apparire più pesanti e invalicabili, anche a livello locale le piccole o grandi omertà, o se vogliamo, le piccole o grandi paure, possono condizionare il giornalista. Tuttavia ritengo che nessuna opera possa essere realizzata senza dei limiti: l’architetto è chiamato a costruire la nuova casa entro limiti di terreno, di edificabilità, di protezione del paesaggio ben definiti. E spesso ne escono piccoli-grandi capolavori. Anche il giornalista può esprimersi con grande abilità pur in un contesto per molti aspetti limitato”.

Nelle esperienze del giornalismo locale, il lettore percepisce meno la distanza del giornalista ed è molto più partecipe con segnalazioni, contributi, interventi. Può essere considerata un’esperienza di partecipazione, quella di leggere e di arricchire un giornale locale?

“Le nuove tecnologie ci permettono di avvicinarci ai lettori, e viceversa al lettore di sentirsi partecipi della costruzione, della redazione di un medium particolare. A livello locale queste facilità tecnologiche vengono certamente arricchite dalla prossimità. In una società in cui la spersonalizzazione e la distanza dalle istituzioni aumentano, ritengo che questa partecipazione sia un’esperienza importantissima di cittadinanza attiva”.

Citizen journalism. Negli Stati Uniti è una pratica crescente. Anche i grandi network fanno uso di immagini girate da cittadini qualsiasi per raccontare i fatti. Stessa cosa per i giornali on line o per il web dove ci sono siti fatti con i tg degli utenti. Un rischio per l’autorevolezza dell’informazione? O, anche in questo caso, una possibilità di partecipazione? Oppure una possibilità di entrare di più tra i lettori/telespettatori/utenti di qualche avveduta testata?

“Lo ripeto, le nuove tecnologie stanno cambiando profondamente i connotati del giornalismo. In particolare viene introdotta questa possibilità di partecipazione “in diretta” alla costruzione di media prima lontanissimi. Si perde l’aspetto epico del giornalismo, si acquista in partecipazione dei cittadini, dei lettori. Nel contempo, questo “citizen journalism” mette in luce di nuovo la necessità di un’informazione di qualità che può e deve essere proposta in primo luogo dai veri giornalisti. Curiosamente, nell’epoca delle news scritte in due minuti e sbattute sul web cresce la necessità degli approfondimenti. Newsweek ha negli ultimi mesi operato una chiara svolta verso l’approfondimento, ed ha aumentato le sue vendite”.

Il giornalismo locale è considerato un trampolino di lancio per le testate nazionali o comunque la fase iniziale della carriera di un giornalista. Si può essere grandi cronisti, senza occuparsi di governi, leggi, diplomazie, guerre, congiunture economiche, raccontando piuttosto la cronaca di una provincia italiana?

Andria, città ricca di storie da raccontare.

Andria, città ricca di storie da raccontare.

“Certissimamente! Conosco una quantità di giornalisti locali che hanno penne e teste ben superiori a quelle di tanti “nazionali”. Un esempio su tutti: a Trento, Franco De Battaglia scrive editoriali straordinari, letti anche a livello nazionale, pur avendo sempre operato nella valle di Trento. Il locale spesso è più fecondo del globale. E in ogni caso il giornalismo deve contemperare queste due dimensioni”.

Come cambia il modo di “fare la notizia”? A volte non succede niente ma il giornale si deve riempire. Che si fa?
“L’arte di raccontare anche quando non c’è niente da raccontare è una delle principali prerogative del giornalista. Ma è anche vero che succede sempre qualcosa. Ma non ce ne accorgiamo. In questi momenti di “stanca”, si aprono degli spazi in cui poter raccontare non solo quel che non va, quel che fa notizia, ma anche quello che va bene, i piccoli-grandi eroismi della gente comune. Guai, invece, a inventare o a copiare, difetti ormai molto diffusi, anche per il vertiginoso aumento della produttività chiesta dai proprietari ai giornalisti”.

Come si può raccontare bene una città?
“Amandola. Con tutte le sfumature che l’amore ha in sé. Amandola si scopre non solo il cuore o il ventre della città, come direbbe Zola, ma anche l’anima della città”.

Descrivere i fatti di piccole comunità impone una responsabilità sociale diversa rispetto a chi osserva la vita della nazione?
“Parrebbe di sì, ma credo che non sia vero. La responsabilità deve essere uguale qualsiasi sia la diffusione di quello che scriviamo. Certo, magari le conseguenze possono essere minori, ma il grande giornalista si scopre anche nelle sue più piccole produzioni. Questo vale in tutti gli ambiti della vita civile, sociale e politica. Gli ultimi avvenimenti, anche nella vostra regione, dimostrano come ci sia bisogno di “operatori nell’agorà pubblica” che siano non solo furbi ma anche onesti, non solo spregiudicati ma anche coerenti”.

Il giornale locale è anche lo specchio di una comunità che in quel mezzo di informazione si identifica. Può essere considerato un mezzo per trasmettere valori?
“Certamente. I valori, e i beni che essi esprimono (in particolare il bene pubblico, oggi così spesso dimenticato) possono essere espressi nel nostro giornalismo, locale o nazionale. Esprimere in particolare i “beni comuni” della comunità è doppiamente possibile e meritevole. Senza fare moralismo. Un giornalismo solo distruttivo non penso che possa essere qualificato come un buon giornalismo. Pensiamo al grande Kapuscinski: scriveva di povera gente e apriva orizzonti straordinari, anche alla politica. Non faceva mai la morale, descriveva fatti, raccontava avvenimenti e presentava persone. Questo è ancora il nostro compito di giornalisti”.

© Il Domani Andriese - 2009

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