Geopolitica dell’acqua. È il titolo del libro che l’autrice Margherita Ciervo presenterà questa sera al chiostro San Francesco alle 18. Il Domani Andriese, in vista del referendum che il governo ha stabilito per giugno con i due quesiti sull’acqua, ha parlato del tema con l’autrice. Innanzitutto spieghiamo che cosa vuol dire geopolitica dell’acqua. Abbiamo sentito parlare di geopolitica del petrolio, del gas. Quella dell’acqua cos’è?
“Quando si parla di geopolitica ci si riferisce al sistema politico in chiave spaziale. Politica significa gestione del potere. Geopolitica dell’acqua significa guardare la gestione del potere intorno a tutto ciò che riguarda l’acqua, dai servizi idrici alla cosiddetta industria dell’imbottigliamento, fino all’utilizzo nelle attività produttive. È una ricostruzione del controllo delle risorse idriche su diverse scale, da quella mondiale, a quella nazionale fino a casi specifici come, ad esempio, quello pugliese”.
Soffermiamoci sul livello nazionale. Come funziona il mercato dell’acqua in Italia?
“Innanzitutto va detto in Italia esiste un mercato, nel senso che non è scontato che gli enti idrici possano anche essere gestiti dal pubblico per finalità di interesse generale. Con il decreto Ronchi, poi convertito in legge, è stato stabilito che i servizi idrici debbano essere gestiti da società per azioni ad intero capitale privato, o capitale misto pubblico-privato. In casi eccezionali possono essere gestiti da società per azioni ad intero capitale pubblico”.
Come per l’Acquedotto Pugliese, per esempio. Ma…
“Quando si ha a che fare con una società per azioni, a prescindere da chi sia l’azionista di riferimento, questa non risponde all’interesse generale ma a quello privato. Questa non è un’affermazione ideologica ma è quanto stabilisce il nostro codice civile che disciplina anche le società per azioni, tra quelle commerciali. Si stabilisce che la società commerciale ha l’obiettivo di fare utili e di dividere i dividendi tra gli azionisti”.
Questo ha delle conseguenze?
“Certo, a prescindere da chi detiene il capitale. Prendiamo l’esempio della nostra Regione. L’Acquedotto Pugliese nel 1999 è stato trasformato in una società per azioni a intero capitale pubblico. Anche in questo caso le tariffe sono aumentate, non come in altri casi di società private, ma sono aumentate. Questo perché? Perché sulla tariffa bisogna caricare, oltre che il costo e l’investimento, anche l’utile. È lo stesso motivo per cui, sempre qui in Puglia, se non si paga l’acqua per motivi di indigenza, i rubinetti vengono chiusi senza provvedere ad erogare il minimo vitale come accaduto a Bari, Ostuni a Taranto”.
Significa che se invece ho più disponibilità economiche e consumo acqua gestita da un privato, questo non mi verrà a rimproverare perché faccio degli sprechi perché questo aumenterà i suoi profitti. È così?
“È così. In questo caso non porrebbero nessun limite al consumo”.
In Italia c’è stata una forte mobilitazione che poi ha portato ai due quesiti referendari. Come giudica questa consapevolezza nel Paese?
“Così come in altri Paesi sudamericani, è una sensibilità che è partita dal basso. In altri Paesi europei, come la Francia delle multinazionali, la ripubblicizzazione del servizio idrico è stata un’iniziativa di buoni amministratori che ad un certo punto si sono resi conto che, nella patria delle multinazionali, i prezzi della gestione privata erano superiori rispetto a quella pubblica, il servizio non era superiore. Alla fine sono stati circa un centinaio i Comuni che hanno ribubblicizzato il servizio idrico. Nel caso italiano non sono gli amministratori che si mossi. Il cambiamento, la richiesta, la mobilitazione, ha molte più assonanze con quello che è accaduto in Paesi come la Bolivia. Da noi si è partiti dal basso, con vertenze locali, fin quando non si è arrivati a parlare del problema con il decreto Ronchi che è il provvedimento che poi perfeziona questo processo di privatizzazione. Questa sensibilità parte da una decina d’anni, forse qualcosa in più. Nel 2006 viene formato il Forum italiano dei movimenti per l’acqua. Poi si è arrivati a proporre una legge di iniziativa popolare per cui sono state raccolte 400mila firme a fronte delle 50mila necessarie. Provvedimento che da quattro anni è depositato ancora alla commissione Ambiente della Camera e non è mai stato calendarizzato. Questo per mettere in evidenza lo stato di salute della nostra democrazia. E poi arrivato il decreto Ronchi da cui è scaturita la reazione con il referendum”.
A proposito di referedum. Niente election day. Amministrative a maggio, referendum a giugno.
“Un altro problema di democrazia. I referendum sono strumenti costituzionali. È impensabile in un momento del genere, dove fra l’altro c’è crisi di risorse economiche e dove si aumentano le accise sulla benzina per finanziare il fondo per la cultura, sprecare 350 milioni di euro per fare due tornate elettorali e non l’election day. Perchè sprecare questi soldi? Dov’è il senso? Forse il senso è che la sovranità non appartiene al popolo e si teme che il quorum si possa raggiunge”.
























